The End of Vincent Vega (chronological version)

vincent.jpgE’ possibile che ogni volta che Vincent Vega si rechi in bagno succeda qualcosa di irreparabile?
Vogliamo dire che le cose accadono quando Vincent Vega ha dei bisogni corporali, e che il mondo sia regolato dai ritmi del suo intestino?
Voglio dire, è così che ci ha rimesso la pelle…per colpa delle sue pause nei momenti meno opportuni.

Di cosa parliamo?

Non era forse rinchiuso in bagno quando Coniglietta e Zucchino rischiano (inconsapevoli) un disastro, tentando una rapina nel locale dove, insieme a Jules, si stava riprendendo dopo una brutta, bruttissima mattinata risolta solo grazie al brillante intervento del signor Wolf?

Non era forse in bagno quando Mia Wallace, la bellissima moglie del suo capo Marsellus Wallace, scambia un sacchettino di eroina da 500 al grammo per coca, si fa due enormi strisce e cade in uno stato di overdose che solo una puntura adrenalinica nel cuore, ad opera dello stesso Vincent, non trasforma in stato di morte??

Infine (si, questa è una chronological version), non era seduto sulla tazza del fottuto bagno di Butch il pugile, quando questi rientra a recuperare l’orologio che era stato per anni nel sedere del padre morto in guerra?
Non stava leggendo la sua striscia preferita di Modesty Blaise quando la sua vittima designata, colpevole di aver tradito il suo venerabile capo Marsellus Wallace, rientra in casa e trovando un mitra incustodito in cucina (Vincent!!!) lo scarica proprio su Vincent Vega appena questi ricompare gloriosamente dalla stanza da bagno, risbattendolo con forza su quel cesso, ancora caldo del suo culo da gangster?

Caro Vincent Vega, era forse la tua dieta che non andava? Il royal con formaggio, oppure la “merda gialla” sulle patatine che tanto ti faceva ridere? Personalmente preferisco il ketchup sulle patatine ma..a chiamarla “merda gialla” per forza poi qualcuno si offende…

Forse troppe canne nei coffee shop di Amsterdam?

O forse era solo il tuo fumetto che era troppo appassionante?

Non è mai stato chiaro cosa tu abbia combinato durante il tuo viaggio in Europa, ma di sicuro questa si è vendicata..con la sua letteratura a fumetti, l’erba, o il sistema metrico decimale.

 

Mr Brown

i 1000 del Cretto

earthquake68.jpg15 gennaio 1968, la lenta tranquillità contadina della valle del Belice subisce un improvviso cambio di rotta.
Il terremoto. Devastante. centinaia di morti.. Earthquake 1968.
40 anni dopo..un film racconta Gibellina: non la storia della ricostruzione in se, delle vite spezzate, del terrore o del disastro..racconta di come la città nuova sia intimamente percepita come un corpo estraneo, con la sua forma urbana innovativa ed artisticamente molto ricca.
Racconta di come si ritenga necessario, invece, che questo corpo estrano venga riassorbito, che riacquisti la propria identità “Gibellinese”.

Una storia cominciata così, per caso.

L’incontro fortuito con un gruppo di ragazzi del luogo che, tramite racconti e dialoghi intessuti tra di loro o coinvolgendo gente incontrata per strada, lentamente, ci cala in una realtà quotidiana condita di sensazioni che forse, così chiare, neanche loro prima avevano mai percepito. Ne esce la consapevolezza di una contrapposizione tra la vecchia e la nuova guardia sulla ricostruzione, eseguita a (speculativa?) distanza di 20Km, all’insegna dell’arte e al di fuori di ogni tradizione contadina dell’epoca.

Nasce l’idea dello scatto al Cretto..i “nuovi” Gibellinesi sul vecchio territorio, sulla discussa opera di Burri. Il tentativo di ritrovare un’unica identità Gibellinese: il Cretto non come un sepolcro per la memoria, ma riavvicinamento emotivo di Gibellina con suoi vecchi abitanti.

Questo almeno secondo la neurovisione…
…ci rendiamo conto che in pochi avranno visionato questo film-documentario (Earthquake 68, di Emanuele Svezia, tra l’altro ricco di talentuosi attori emergenti!).
A noi privilegiati spettatori è piaciuto comunque darne un estratto Neurovisionario, con l’intenzione di rendere omaggio a questo film e a quella terra..
..omaggio un po’ ritardatario, anche per via del nostro lungo letargo.

Vostro..

Mr.Brown

Maestri animati…

2056a17067c5f96f0eeea5fb41c4c9c6.jpgUna generazione… la mia generazione… è fondamentalmente inquieta, estremamente sensibile, sicuramente perdente e perduta… nell’animo.

“Le colpe dei padri” o la “lezione dei maestri”?

Che dire se non qualcosa di superfluo, i padri si sa, non sono mai certi, perché mai dovrebbero esserlo le loro colpe… i maestri si sa, anche loro non sono mai certi, sempre più precari, perché mai dovrebbero esserlo le loro lezioni…

Colpe e lezioni di “cartone” quindi… senz’ anima….

Quanti pensieri e pesantezze per rintracciare le origini di un malessere generazionale…

Poi, come spesso accade, una sera noiosa, uno zapping di troppo… e mi appare su di una rete locale “L’ape Magà'”, ed ecco l’illuminazione e la risposta: cartone e anima si incontrano nell’era dei padri e illuminano con lezioni sublimi, accompagnando una generazione intera… cartoni animati! Mentori… maestri animati.

La nostra generazione è stata segnata da un imprinting anomalo e solitamente giapponese, è cresciuta seguendo le vicende di una serie di personaggi multiproblematici. Ad iniziare dal “re”, il bambino più sfigato della terra: Remì, che riesce in un viaggio alla ricerca della mamma a perdere uno dopo l’altro tutti i suoi  compagni. Nella stessa categoria Heidi, Candy Candy, Pelin, Rocki Joe e il più controverso Ciobin, una nocciolina che affronta mille avversità per ritrovare la mamma dalle sembianze umane.
Tra i più valorosi e forti un’altra moltitudine di problemi esistenziali, da Sam il ragazzo del west, orfano e adottato da una banda di fuorilegge,  l’uomo tigre proveniente da un orfanotrofio e allevato da famigerati lottatori, a Roki Joe, pugile orfano dal passato oscuro e triste. Molti di loro si sono dedicati alla Walkie race, una corsa automobilistica  aperta a quei personaggi che possono solo correre nella vita, per sfuggire a loro stessi e cercare un senso alle loro stranezze… perché se vivi con un orso che gonfia palloni, con un gemello cavernicolo o consapevole che l’unico che ti asseconda è un cane muto che ride delle tue disgrazie… non hai molte speranze.
A sto giro non si sono salvati neanche insetti e animali, non c’è stata ape senza una vita travagliata ne cagnolino non perseguitato dalle sfighe più nere, come Spank, un cane dalla testa quadrata con una lacrima sempre pronta a spuntare come un gavettone dal suo occhio sinistro, per poi riuscire a gioire per un non nulla… schizofrenico.
Maestri animati!… con questo bagaglio di esempi e ricordi non fatico a credere che sia rimasto nella nostra generazione un alone di nostalgia e inquietudine….
Per la generazione successiva sono arrivati invece i miti dello sport, i super eroi, gente vincente, sportivi, bellocci e moderni, con altro piglio e portatori di speranza.

Ma io, come tanti, continuo a preferire i miei eroi sfigati…… e se dovessi scegliere dei “maestri animati” sceglierei sempre loro, con le loro debolezze e quella malinconia che con tanta delicatezza sono riusciti a trasmettere ad un’intera generazione.

In fondo siamo un po’ tutti Ciobin…. con l’invasato di turno che urla “il mondo è mio” saltelliamo qua e la alla ricerca di qualcosa….
Sicuramente in questo post avrò sbagliato i loro nomi, ma sono più vive in me le immagini e devo finalmente ammetterlo, la voglia di mangiare prima o poi una di quelle pagnotte che Petar smezzava sempre con Heidi e che da bambino mi facevano inginocchiare davanti alla tv per essere compreso nella spartizione e ritrovare così il senso profondo e mistico del… “Dacci oggi il nostro pane quotidiano…”.

Mr.Blond

 

Colombo vs Fletcher

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Alien vs Predator… Freddy vs Jason…

I miti sembrano destinati, prima o poi, ad incontrarsi ed  io ho sempre sognato di far incontrare il tenente Colombo e Jessica Fletcher… perché no? Colombo vs Fletcher.

Sarebbe l’incontro della logica e del pragmatismo, di due miti del contesto delittuoso, vivi abitanti delle scene del crimine… due moderni angeli della morte che si incontrano nel Olimpo di “Cabot Cove”, un paesino di un migliaio di abitanti, caratteristico per il suo enorme cimitero e perché vanta un rapporto morti-vivi sproporzionato, rapporto che ha costretto Jessica a migrare verso altri lidi, già nella seconda serie, per il rischio di non arrivare a poter girare la quarta per mancanza di abitanti.

Pensate all’incontro… la macchina di Colombo a Cabot Cove non desterebbe nessuna perplessità, il dottor Set lo accoglierebbe con un po’ della sua solita gelosia, ma anche con la sua grande ospitalità, mentre lo sceriffo organizzerebbe una festa in suo onore, vedendosi sgravato del lavoro da “catena di montaggio” che il delittuoso stato del Maine procura.

E loro due… si scruterebbero per ore senza proferire parola, attenti ad osservare ogni macchia ematica, capello, segno cutaneo o impronta, che potrebbe raccontare qualcosa dell’altro, per poi lasciarsi andare, tra una fetta di torta ed un sigaro, all’incontro soave della pragmatica e della logica.

Purtroppo è un sogno impraticabile… sono le strutture del giallo a non permetterlo; le puntate di Colombo hanno origine in un evento delittuoso, con assassino noto da subito al telespettatore e si sviluppano nella ricerca di prove e movente per incastrarlo, mentre per Jessica la ricerca che fa sviluppare la storia è quella dell’assassino, la cui identità viene svelata solo nel finale. Strutture opposte, incompatibili, che nell’incontrarsi farebbero “scompensare” i due protagonisti, anche solo per capire che era stato il maggiordomo.

Ma l’immaginazione non ha limiti… e il mio sogno continua a vivere in un pensiero che mi accompagnerà sempre: mi piace pensare che  la moglie tanto citata e mai vista del tenente Colombo sia proprio lei, Jessica, che lo aspetta tutte le sere, tra morti e torte, per dar vita all’immagine di un incontro speciale, ripetuto, che si consuma tra due mondi curiosi durante una partita di Cluedo.

Solo così può rimanere in me, nitida, l’immagine di un incontro all’insegna del giallo… e mi ritrovo a pensarmi come un moderno cupido che, dopo aver scoccato la freccia, deve ripulire l’arco dalle impronte.

l Mr Blonde

L’idolo ed il mentore

Courtney Cox e Mattew Perry un giorno partorirono Perry Cox. Si! E’ davvero così.
Cox… i suoi monologhi sono energia pura, ingiurioso scherno, annichilimento della vittima. Tutta questa rabbia è la risultante di anni di subordinazione in campo militare. Non ci credete? E’ la pura verità.
Sergente Red o’Neill, agente dell’FBI Ben Harp, California, capitano della Marina Hendrix. Solo per citarne alcuni.

Tutti ruoli interpretati nel tentativo di somigliare al suo idolo di sempre: il sergente Hartman; o almeno è questo quello che a me piace pensare. Inutile dire che ha fallito miseramente.
Il Sergente Maggiore Hartman. Parto malato della coppia Hasford-Kubrick. Così bravo nel forgiare strumenti di morte da riuscire nell’intento di creare il mostro perfetto: Palla di Lardo; il suo pupillo, quello che cattura la sua attenzione, la macchina di morte così perfetta da infierire direttamente sul proprio mentore, appena prima di completare l’opera uccidendo anche se stesso… oh..no… non è suicidio.

E’ la macchina di morte che uccide l’uomo.

Si capisce quindi che il nostro Cox, uscito sconfitto da esercito, polizia, marina, servizi speciali, abbia deciso di studiare medicina e di cominciare la sua opera presso il Sacred Heart Hospital. Qui può vendicarsi, a suo modo. Ci riprova, a diventare Sergente Hartman. E ci riesce.
Come l’idolo di sempre, si accanisce contro il suo pupillo, per farne il medico perfetto, che guarirà lui e anche sé stesso. Era l’unico modo.
Un giorno l’idolo ed il mentore si incontreranno, ed i loro dialoghi saranno pura poesia.

l Mr. Brown

The fog…

La nebbia è stata spesso utilizzata per creare ambientazioni horror, fino a trovare un ruolo da protagonista nel film “The Fog: nebbia assassina”.

E’ semplice ipotizzare il motivo dell’utilizzo di questo agente atmosferico: riduce la visibilità, aumenta la suspance, è inconsistente, non ha confini… in sintesi disorienta. Per questo trova naturale collocazione nelle atmosfere visive di chi vuole ridurre i confini nitidi del senso più rassicurante, la vista, che permette di dominare lo spazio… anche quello emotivo.

Ma la nebbia è anche altro… e come tutti i vincoli genera possibilità.

Solo chi abita a Milano e provincia può capire il senso profondo di questo agente atmosferico…. che ti riduce la visibilità a 10 metri e ti fa finalmente apprezzare e vedere con altri occhi la segnaletica stradale. Trasforma i tuoi riferimenti… dallo sguardo perso all’orizzonte di un nastro di asfalto a quello teso e concentrato su di una striscia bianca di vernice.

Produce incertezza adrenalinica, riduce il mondo al tuo spazio vitale e ti costringe a vivere quel “qui ed ora” che in altro modo non apprezzi, o per lo meno non perchè legato alla tua sopravvivenza.

E che dire dei famosi “banchi”? Mi basta leggere il cartellone luminoso in autostrada “attenzione banchi di nebbia” per suscitare in me nostalgia per il ricordo di quei metri di cecità autunnali che incontro dalle mie parti.

Nebbia! Basta il termine…. per evocare un ricordo nitido e unico, contaminato solo dal famigerato cane di Heidi, detenuto dal vecchio dell’Alpe, che a volte si sovrappone all’immagine a me più cara.

Che dire… la nebbia è parte di tutti e spesso è presente e si insinua dentro di noi…nel cervello.

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l Mr Blonde

Matrix

Neo si trovava davanti ad una scelta e le scelte, quelle importanti, non sono mai semplici.

 

Scegliere tra bene o male, tra giusto e sbagliato, è arduo ma, in quel caso, non è l’atto della scelta in sé ad essere difficile, quanto l’identificare in quale campo si posiziona ognuna delle due opzioni. In realtà la scelta non avviene tra due possibilità ma tra il valore che noi attribuiamo ad ognuna di esse.

5efd3549f0043f226d3508fed7d09901.jpgLa pillola rossa e la pillola blu, per Neo, costituiscono invece una vera scelta. Ognuna delle due possibilità contiene in sé un’ipotesi di futuro, con possibili vantaggi e certe rinunce. Non vi è una scelta giusta, ma una scelta possibile e Neo sa che scegliere vuol dire anche rinunciare a ciò che una delle due opzioni porta con sé, significa perdere definitivamente qualcosa e sa che ciò che guadagnerà non è assolutamente positivo e non è privo di perdite.

La vera scelta è la biforcazione delle strade; non ci si chiede di scegliere tra una vita buona ed una cattiva, ma ci si chiede quale vita vogliamo… e questa non è una risposta semplice.

Mentana quale pillola avrà scelto?

l Mr. White

Ricci, conigli… e coccinelle

Perplesso…

Ultimamente spopola in tv la pubblicità di una nota casa automobilistica, che associa alla propria auto di punta l’immagine della coccinella. Un’immagine particolare… che non sfrutta l’insetto per le sue caratteristiche doti, ma ne vìola l’intimità mostrandolo brutalmente in “camporella”. E’ vero… il termine camporella evoca la “macchina”, o almeno uno dei suoi possibili utilizzi…ma la coccinella?

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Sono francamente sconvolto. Nella mia mente la coccinella è un simbolo di fortuna, quasi sacro, è l’unico insetto che, per definizione, se ti si posa addosso non schiacci con un colpo di mano né allontani con una mossa da maestro di biglie estive; solitamente la inviti a salire sul dito e, con delicatezza e un leggero soffio, la accompagni al volo.

Dai… lei è tipicamente legata ad un immagine femminile, delicata, al tal punto che anche i Sottotono, grezzi, capitananati dal geniale Tormento, grezzo, le hanno dedicato una canzone d’amore: “La mia coccinella”  … sei bella come una coccinella… non ti immagini neanche lontanamente il coccinello maschio e, soprattutto, non te lo immagini nell’atto di prendere da dietro la sua insetta. Che orrore… ha il cappotto rigido!

In tv lei impazza con numeri da circo, dietro vetri appannati e con la macchina che sobbalza. Non riuscivo a farmene una ragione perché lei, nel mio immaginario, è sempre stata inibita, poco socievole e rappresentante ufficiale della delicatezza… e poi? Poi, dalla camporella alla movida il passo è breve e me la ritrovo in discoteca, nella stessa macchina dove aveva consumato la sua passione, con un sacco di coccinelle eccitate, ammiccanti ed euforiche…. chiaramente un’orgia.

L’immagine mi confonde, saltano i riferimenti con i quali sono cresciuto, le convinzioni che mi accompagnano da sempre e crollano i miti… e allora penso: che fare della nuova e moderna immagine della coccinella nella DiscoMacchina?

… io faccio un salto in garage, prendo il bidone aspiratutto e le faccio continuare nel privè… un pò d’intimità… fino al prossimo cambio del filtro.

 

l Mr Blonde

Orrore quotidiano

Il film è Psycho. La scena è quella che tutti noi ricordiamo: la scena della doccia. Ora, non sono in discussione l’intensità della sequenza, né l’impatto simbolico ed il suo valore all’interno della sceneggiatura… ma una riflessione attanaglia la mia mente ormai da alcuni anni.00db97715c7ac85c4b593155a6a28231.jpg

Senza quel telone in plastica, quel terribile telone in plastica, la carica drammatica dell’agguato rimarrebbe la stessa? Forse si, ma mentre guardavo quella scena non potevo fare a meno di pormi una domanda: il telo di plastica va messo all’interno o all’esterno della vasca? All’interno evita certamente quegli spiacevoli allagamenti sul pavimento del bagno, pericolosissimi quando, finita la doccia, si procede a tentoni alla ricerca di un accappatoio, ma, fatalmente, il telo ti si appiccica addosso, te lo ritrovi sotto un’ascella mentre lo insaponi credendolo parte della tua schiena. All’esterno godi di molta più libertà, ma metà dell’acqua utilizzata allaga inevitabilmente l’intero bagno, costringendoti all’utilizzo di una pompa idrovora per riparare ai danni.

Forse Janet Leigh gridava perchè Anthony Perkins era entrato in bagno con le scarpe e avrebbe sicuramento lasciato impronte su tutto il pavimento di casa.

l Mr. White